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Il Punto
di Antonella Lucato* www.antonellalucato.it
(foto Mirko Dal Cin)
**Scrittrice, giornalista, specialista  in comunicazione corpomente
email alucato@tiscali.it
ori olimpici, ma anche nella storia sociale del Paese. Alle otto e otto dell’otto otto 2008, dallo stadio Nido d’Uccello
è partita la xxix Olimpiade  a Pechino,  il più grande evento sportivo mondiale che ogni atleta sogna di vincere.
«Vado a Pechino per vincere la medaglia d’oro dei 50 km e ce la farò». Così aveva detto Alex Schwarzer e ha  
mantenuto la sua parola. Il ragazzo di neanche 24 anni di Calice, sopra Vipiteno, si è allacciato bene le scarpe, è
partito forte per non perdere tempo e dopo cento metri era già in fuga. E’ uscito per primo dallo stadio, si è
lasciato riprendere, ha controllato la situazione per 42 chilometri poi, quando a giocarsi la vittoria erano rimasti in
tre, ha schiacciato il piede sull’accelleratore. Alex è entrato nello stadio tutto solo, come solo era uscito. Gli ultimi
cinque chilometri sono stati uno spettacolo, il miglior spot possibile per la marcia, si è concluso con la
strameritata  medaglia d’oro.
Schwarzer ha consegnato all’Italia il terzo oro della 50 chilometri, dopo Pino Dordoni a Helsinki nel ’52, Abdon
Pamich a Tokio nel ’64, l’ottavo oro della marcia poiché vanno considerate anche le tre medaglie vinte da Ugo
Frigerio, due nel ’20, una nel ’24 e quelle di Maurizio Damilano nell’80 e di Ivano Brugnetti nel ‘2004 nella 20
chilometri.
Delle 59 medaglie dell’atletica vinte dall’Italia alle Olimpiadi, 17 vengono dalla marcia: otto ori, un argento e otto
bronzi.
«Lui mi fa morire. In quello che doveva essere il suo periodo di riposo lui pedalava con la cyclette in palestra
anche per tre ore e sempre in piedi sui pedali. Un atleta organicamente forte come lui non l’ho mai avuto.
Dipendesse da lui si allenerebbe giorno e notte» dice di Alex Schwarzer il suo allenatore Sandro Da-milano. Se il  
fratello, Maurizio Damilano, aveva  vinto l’oro, per lui Alex è ormai come un figlio.
«Per me» dice Damilano  che  ha seguito Schwazer per 8 mila chilometri per cos-truire l’oro di Pechino «quello del
Mondiale di Osaka era un bronzo vinto, per Alex un oro perso. Dentro aveva la rabbia di quel Mondiale da
conquistare».
Il trionfo:  Schwazer entra nello stadio olimpico di Pechino baciando la maglia listata a lutto, dedicata al nonno
scomparso da poco. La telecamera inquadra i suoi muscoli di ragazzo ventiquattrenne. Poi, dopo aver tagliato il
traguardo, l’immagine più commovente, s’inginocchia e indossa con fierezza il tricolore italiano.
Lo sport olimpico è anche questo, l’espressione del carattere nazionale. La marcia appartiene ai paesi che hanno
consuetudine con la sofferenza, il sacrificio e i lunghi spostamenti a piedi. Gli avversari storici sono stati infatti
messicani, spa-gnoli, polacchi.
Siamo un popolo di marciatori al punto che la marcia rappresenta la nostra storia. E’ uno sport che connota
uomini solitari che conoscono la fatica.
Ugo Frigerio, tre ori fra Anversa 1920 e Parigi nel 1924, diceva di aver cominciato a marciare perché «le gambe
erano l’unico mezzo di trasporto gratis».
Giuseppe Dordoni, ragazzo di Salò destinato ad emigrare in Venezuela, si rivelò nel ’49 alla Cento chilometri,
gara al massacro con partenza alle 4  di notte e arrivò il pomeriggio: un suo amico si offrì di accompagnarlo in
bicicletta e suonò l’armonica dieci ore di fila per non lasciarlo tanto tempo da solo. Dordoni vinse la 50 chilometri
a Helsinki nel 1952.
Marcia è una parola-chiave anche della storia. Gli italiani camminano, sin dai tempi che le nuove generazioni
dovrebbero ricordare, quando i tedeschi andavano con il camion e gli italiani appunto a piedi.
Italia, Paese sempre in marcia
Il Sole d'Italia numero 72  
1 - 15 settembre 2008