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| ori olimpici, ma anche nella storia sociale del Paese. Alle otto e otto dell’otto otto 2008, dallo stadio Nido d’Uccello è partita la xxix Olimpiade a Pechino, il più grande evento sportivo mondiale che ogni atleta sogna di vincere. «Vado a Pechino per vincere la medaglia d’oro dei 50 km e ce la farò». Così aveva detto Alex Schwarzer e ha mantenuto la sua parola. Il ragazzo di neanche 24 anni di Calice, sopra Vipiteno, si è allacciato bene le scarpe, è partito forte per non perdere tempo e dopo cento metri era già in fuga. E’ uscito per primo dallo stadio, si è lasciato riprendere, ha controllato la situazione per 42 chilometri poi, quando a giocarsi la vittoria erano rimasti in tre, ha schiacciato il piede sull’accelleratore. Alex è entrato nello stadio tutto solo, come solo era uscito. Gli ultimi cinque chilometri sono stati uno spettacolo, il miglior spot possibile per la marcia, si è concluso con la strameritata medaglia d’oro. Schwarzer ha consegnato all’Italia il terzo oro della 50 chilometri, dopo Pino Dordoni a Helsinki nel ’52, Abdon Pamich a Tokio nel ’64, l’ottavo oro della marcia poiché vanno considerate anche le tre medaglie vinte da Ugo Frigerio, due nel ’20, una nel ’24 e quelle di Maurizio Damilano nell’80 e di Ivano Brugnetti nel ‘2004 nella 20 chilometri. Delle 59 medaglie dell’atletica vinte dall’Italia alle Olimpiadi, 17 vengono dalla marcia: otto ori, un argento e otto bronzi. «Lui mi fa morire. In quello che doveva essere il suo periodo di riposo lui pedalava con la cyclette in palestra anche per tre ore e sempre in piedi sui pedali. Un atleta organicamente forte come lui non l’ho mai avuto. Dipendesse da lui si allenerebbe giorno e notte» dice di Alex Schwarzer il suo allenatore Sandro Da-milano. Se il fratello, Maurizio Damilano, aveva vinto l’oro, per lui Alex è ormai come un figlio. «Per me» dice Damilano che ha seguito Schwazer per 8 mila chilometri per cos-truire l’oro di Pechino «quello del Mondiale di Osaka era un bronzo vinto, per Alex un oro perso. Dentro aveva la rabbia di quel Mondiale da conquistare». Il trionfo: Schwazer entra nello stadio olimpico di Pechino baciando la maglia listata a lutto, dedicata al nonno scomparso da poco. La telecamera inquadra i suoi muscoli di ragazzo ventiquattrenne. Poi, dopo aver tagliato il traguardo, l’immagine più commovente, s’inginocchia e indossa con fierezza il tricolore italiano. Lo sport olimpico è anche questo, l’espressione del carattere nazionale. La marcia appartiene ai paesi che hanno consuetudine con la sofferenza, il sacrificio e i lunghi spostamenti a piedi. Gli avversari storici sono stati infatti messicani, spa-gnoli, polacchi. Siamo un popolo di marciatori al punto che la marcia rappresenta la nostra storia. E’ uno sport che connota uomini solitari che conoscono la fatica. Ugo Frigerio, tre ori fra Anversa 1920 e Parigi nel 1924, diceva di aver cominciato a marciare perché «le gambe erano l’unico mezzo di trasporto gratis». Giuseppe Dordoni, ragazzo di Salò destinato ad emigrare in Venezuela, si rivelò nel ’49 alla Cento chilometri, gara al massacro con partenza alle 4 di notte e arrivò il pomeriggio: un suo amico si offrì di accompagnarlo in bicicletta e suonò l’armonica dieci ore di fila per non lasciarlo tanto tempo da solo. Dordoni vinse la 50 chilometri a Helsinki nel 1952. Marcia è una parola-chiave anche della storia. Gli italiani camminano, sin dai tempi che le nuove generazioni dovrebbero ricordare, quando i tedeschi andavano con il camion e gli italiani appunto a piedi. |
| Italia, Paese sempre in marcia |
| Il Sole d'Italia numero 72 1 - 15 settembre 2008 |