| © 2008 Il Sole d'Italia S.A. de C.V. , società costituita in Messico con sede a Playa del Carmen. |
| Il Punto |
| **Scrittrice, giornalista, specialista in comunicazione corpomente |
| email alucato@tiscali.it |
| Nel mondo, salvo rari casi, le leve decisive del potere sono ancora in mano agli uomini. Per le pari opportunità, intese come libero confronto di competenze e capacità, la strada da fare è ancora lunga. Le nuove generazioni probabilmente non lo sanno, ma le donne che le hanno precedute hanno dovuto fare un percorso lungo, faticoso e pieno di ostacoli. Prima della legge del 1963, che ha permesso l’ingresso in azienda con parità di titoli degli uomini, nelle grandi compagnie, quando andava bene, le donne potevano ambire alla direzione del personale. Senza un titolo universitario e una preparazione elevata, anche la più intelligente delle impiegate non poteva entrare nella stanza dei bottoni, destinata a fermarsi in quella dei campanelli. Negli anni Cinquanta la donna che faceva carriera era una mosca bianca. Negli anni seguenti le condizioni di vita si trasformarono grazie all’aiuto di lavatrici, frigoriferi, automobili, televisori, telefoni, ma il gap nella professione tra uomini e donne resiste. Ci vorranno gli anni Settanta per ottenere delle conquiste. E’ del 1973 la legge che tutela il lavoro a domicilio: interi settori industriali devono buona parte dei loro conti in attivo a un esercito di donne che lavorava tra le mura domestiche, senza limiti d’orario e pagate a cottimo. Nel 1975, con l’approvazione del nuovo diritto di famiglia, il lavoro della donna nell’impresa familiare è finalmente considerato equivalente a quello dell’uomo e, nel 1977, si compie un ulteriore passo in avanti con la «legge per la parità uomo-donna in materia di lavoro». Ma chi poteva raggiungere il top in azienda? La prima donna ad affermarsi a livello internazionale, con una remunerazione paragonabile a quella di un uomo di successo, è stata Marisa Bellisario. Ha sfidato pregiudizi culturali in terreni complessi, l’Olivetti, e in Siemens, un’azienda di Stato strategica in Italia che doveva essere rilanciata sul mercato internazionale. Il metodo di Marisa Bellisario fu chiamato «Alice nel paese degli uomini»: farsi piccola per entrare dalla porticina e, una volta dentro, farsi grande per raggiungere la poltrona di comando prima che i colleghi maschi mettessero in atto la controffensiva. La tecnica si rivelò vincente nonostante qualche sconfitta in campo. Era il 1965 e in quel tempo il ritardo di una donna rispetto ad un uomo in carriera era mediamente di dieci anni. Il suo caso, non a caso, è molto significativo delle difficoltà di una donna in carriera negli anni sessanta e successivi.La tipologia dell’imprenditrice più diffusa negli anni cinquanta e sessanta era quella della compagna d’avventura. Mogli diventate imprenditrici a fianco del marito con il quale dividevano l’ onere e l’onore dell’attività. Come Rina Brion che con il marito aveva creato la Brionvega, noto marchio di radio e televisori. O quello di Pianola Nonino, la signora delle grappe di qualità del Friuli che insieme al marito aveva fondato un piccolo gioiello industriale. Dividendosi tra casa e bottega, secondo necessità, riuscì anche a godere delle gioie della famiglia. Il debutto imprenditoriale femminile era spesso legato ad un’emergenza, come la scomparsa del padre o del marito, che induceva la donna a prendere in mano le redini dell’azienda di famiglia. Come fece Wanda Ferragamo nel settore calzature e articoli di lusso o l’Editrice Giancarla Mursia. Due casi in prima fila tra i tantissimi meno noti. Un successo più difficile, ottenuto partendo da zero, è quello delle imprenditrici di prima generazione come, nel campo della moda, Mariuccia Mandelli, che impose la sua griffe Krizia. Debuttò producendo gonne e camicette per le amiche milanesi, lasciandosi alle spalle gli studi delle magistrali e anni di lavoro come maestra. Rosita Missoni capovolse addirittura l’iter d’impresa di coppia associando alla sua ditta il marito Ottavio. E’ all’inizio degli anni ottanta, sotto la spinta della richiesta di servizi in campo sociale, amministrativo, di rela-zioni pubbliche, pubblicità, risorse umane e selezione del personale che aumentarono le imprese create da donne. Realizzazione professionale ed equità economica erano più raggiungibili da imprenditrici che da manager. Le donne, ormai, vanno verso un futuro di maggior autonomia ed equilibrio nelle posi-zioni e nelle retribuzioni. Le ragazze all’università sono ormai la maggioranza e molto determinate. |
| La rivoluzione delle donne |
| Il Sole d'Italia numero 70 1 - 15 agosto 2008 |