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| Il Punto |
| **Scrittrice, giornalista, specialista in comunicazione corpomente |
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| Italiani di successo nel mondo ce ne sono tantissimi, per fortuna. Ricchi d’ingegno, intuito e creatività, sono molti quelli che meriterebbero di essere citati. Qui ho scelto due esempi positivi. Una storia dove i protagonisti hanno saputo coniugare creatività e capacità imprenditoriale: un binomio che li ha portati a costruire un successo che ha travalicato i confini nazionali per estendersi nel mondo. Scelte giuste questi due italiani ne hanno fatte tante, hanno costruito, partendo dal nulla, un impero arrivato a più di 1.500 milioni di euro di fatturato in meno di vent’anni. Novantré punti di vendita in tutto il mondo, 3.140 dipendenti. I loro abiti sono indossati da personaggi noti in tutto il mondo. Uno stile che può piacere o meno ma il loro successo come stilisti e imprenditori è innegabile. Indovinato chi sono? Dolce & Gabbana. All’inizio dell’incredibile avventura erano solo loro due: Domenico Dolce e Stefano Gabbana. I genitori di Domenico sono stati i primi produttori della griffe. Dovevano arrangiarsi a fare tutto: creare, vendere, commercializzare, distribuire, auto-prodursi e investire. Ora l’azienda è strutturata, ma sono sempre loro a fare le scelte creative e stilistiche e a tirare le fila delle decisioni che contano. Poi, informano i manager che provvedono a mettere a punto le strategie. «Ci piace illuderci di poter vivere alla giornata» dicono «ma sappiamo benissimo che dobbiamo pianificare tutto». Sono indipendenti, si autogestiscono e sono fieri e orgogliosi dei risultati che hanno raggiunto. E’ una storia di crescita, di successi continui e d’indipendenza. Stefano Gabbana si è diplomato in grafica pubblicitaria e Domenico Dolce ha la maturità scientifica ma hanno costruito un’azienda fatta a loro misura dimostrando capacità da veri manager bocconiani. Il loro segreto? Guardano ai fatti. Il tempo non basta mai e gli impegni sono tanti, in azienda si lavora il giusto, nelle ore giuste e possibilmente con il sorriso. Non c’è spazio per chi parla tanto e conclude poco. Servono risultati. Non esistono controlli, esiste il senso della responsabilità. «Una delle sensazioni più forti» racconta Domenico Dolce «è vedere i nostri negozi nel mondo. E quando dico nostri» sottolinea «vuol dire che sono nostri: Milano, Roma, New York, è una soddisfazione unica. Un sogno che si è avverato. Mi ricordo il primo negozio che è stato aperto in via Sant’Andrea a Milano, era piccolissimo. Per averlo abbiamo dovuto soffrire molto». Una storia diversa, ma accomunata dal successo, è quella di Luciano e Gianluigi Cimmino. Napoletani, padre e figlio, dal 2001 sono alla guida del gruppo Inticom spa e gestiscono il brand Yamamay di «intimo globale» con uno stile seducente ma discreto e con un fatturato di oltre 50 milioni di euro all’anno. Per ora i negozi all’estero sono 15 e i punti vendita monomarca in Italia sono 350, è facile trovarli anche tra i negozi degli aeroporti. Uno è all’interno dell’aereoporto di Malpensa, vicino al loro quartier generale che è a Gallarate, in provincia di Varese. E’ considerata una delle dieci aziende emergenti più importanti della moda italiana. Alta qualità ad un prezzo contenuto è il segreto del successo del marchio. Il nome, che ha portato tanta fortuna, l’hanno trovato in un ma- nuale sulla filatura e torcitura della seta del 1923. Sfogliando quel libro è arrivata l’illuminazione racconta Luciano Cimmino, un’intuizione che ha aperto a questa griffe le porte del mercato orientale. Gianluigi, il figlio, laureato in economia con master in «executive development» gira il mondo per conoscere le culture e trasformarle in intimo globale. La nostra, dice, è una solida «family company» della quale fanno parte anche la madre e la sorella. Le decisioni si prendono insieme, magari davanti a una spigola a Posillipo e poi l’idea viaggia per il mondo. Già distribuiscono in Cina, Indonesia e Brasile. Prossima tappa, la conquista del mercato americano. |
| Italiani, storie di successo |
| Il Sole d'Italia numero 60 1 - 15 marzo 2008 |