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È ben noto che quello che impedisce agli uomini di essere continuamente creativi è la barriera enorme
rappresentata da ciò che già esiste. Fino ai tempi di Voltaire si credeva ciecamente che il ruolo dei poveri mortali
era soltanto quello di scoprire quanto già esisteva. La svolta la diede proprio Voltaire. A  tre secoli di distanza, la
creatività fa parte integrale della nostra vita socio-economica, senza che di essa sia stata data una definizione
univoca. Eric Fromm diceva che la creatività è l’abilità di vedere e rispondere a certe sollecitazioni, una
definizione poco esegetica e di taglio piuttosto fisico. Più mediterranea quella di Abraham Maslow secondo il
quale la creatività ha sempre un contenuto organizzativo ed estetico, sia nell’addivenire della vita quotidiana che
nel mondo della arti, delle scienze ed anche delle imprese. Un atleta, nel creare una nuova statura agonistica,
può essere elegante come un sonetto. Un impresario può mettere in piedi  un’organizzazione o una strategia con
concetti di armoniosa creatività rispetto alla concorrenza.

Quindi sono fatti creativi un’invenzione scientifica (per esempio la clonazione), un cambiamento tecnologico (la
telefonia cellulare), la scoperta di un nuovo enzima o di una nuova specie animale. Bisogna però stare attenti e
distinguere quello che appartiene al mondo delle scoperte (Cristoforo Colombo che scopre l’America, Fleming
che scopre la penicillina) e quello che è invece una vera «invenzione» creativa (il motore a vapore inventato da
Erone da Alessandria nel terzo secolo A.C., le tecniche di illusione ottica  di Leonardo).

I bambini, non ancora avvolti dalla nube della standardizzazione, rivelano una grande capacità di scoprire ed
inventare in risonanza, simultaneamente. Per questo diciamo che sono differenti. Alla stessa maniera diciamo che
sono differenti le persone adulte o le organizzazioni che definiamo creative proprio perché hanno mantenuto la
capacità del bambino di essere uguale e differente allo stesso tempo.

E’ abbastanza facile creare un profilo caratteriale della persona o dell’organizzazione  creativa. E’ però difficile
trovarla, questa persona (o questa organizzazione) e quando la si trova ci si rende conto che riunisce sensibilità
particolari verso determinate discipline, ingegneristiche o umanistiche che siano, però sempre fondate sul
concetto di libertà e di autonomia.

Una educazione liberale e umanistica aiuta molto lo sviluppo di una mente creativa giacché premia le domande
che vengono partorite più che le risposte che vengono date, sviluppando così un processo che può condurre alle
scoperte (di ció che già esiste). Un’educazione più ingeneristica, con una maniera di pensare asimmetrica anche
se ciò può sembrare una contraddizione, conduce invece a  invenzioni più «vere» o a soluzioni decisamente
«nuove», generando risposte in forma di prototipi o modelli funzionali.  

Esistono poi altri elementi caratteriali che, se presenti, inducono immediatemente una valanga creativa con parti a
getto continuo. Uno di questi elementi è una innata, costante curiosità, una ribellione sessantottina al
conformismo, entrambi accompagnate da una dedicazione autentica allo spirito di ricerca. Qui la regola è che non
si abbandonano i problemi senza trovarne una soluzione. Che quello che si sente non si lascia inespresso né
viene soppresso. E  poi, è necessaria una considerazione sul tempo. Il creativo vede il tempo come una finestra
verso l’infinito non come una dimensione sociale restrittiva. Per lui non esistono «deadlines». Il giorno non è
diviso in mattina, pomeriggio e sera. Il mattino del creativo può essere il crepuscolo. O viceversa.

Cosa sappiamo della creativitá? Sappiamo che l’informazione è indispensabile per la creatività di tipo scientifico e
che invece conta molto meno per la creatività artistica. (Per esempio, si dice che Jose Luis Borges non leggeva
mai i giornali). Comunque, ammesso che l’informazione sia di aiuto - gigantesco o modesto - alla creatività, va
anche detto che il recettore deve essere una persona con la capacitá di saper «leggere» prima degli altri e di
liberarsi dalle catene del conformismo e dell’assuefazione, come descrive così stupendamente l’astronomo
Stephen Hawking nel suo libro di scienza filosofica Una breve storia del tempo.

Un ruolo  importante nell’esplosione di idee creative  può giocarlo anche l’estetica: è paradigmatico l’esempio che
sempre si cita di Crick e Watson i quali, nella loro ricerca delle possibili strutture del Dna, privilegiarono la piú
bella, quella elicoidale. E che dire della formula E= mc2 di Albert Einstein?

Se parliamo di imprese, è ovvio che esse non possono essere composte solamente da persone fantasiose e
creative: questo porterebbe presto l’impresa ad esser inconducibile. L’impresa che ha successo è quella che sa
far coesistere persone di grande immaginazione e persone di grande pragmatismo, guidando gli individui concreti
ad essere fantasiosi ed i fantasiosi ad essere concreti: non per mezzo di improbabili tecniche di formazione, ma
piuttosto orientando i singoli a partecipare al gioco del «team» i cui componenti dovranno però essere coerenti
con se stessi e fedeli alla propria vocazione naturale. Il «team» è un concetto moderno molto diffcile. Non
funziona se non si distingue per i suoi valori etici ed estetici, se non propende per l’incorporazione di nuove
tecnologie, se non sa usare il passato solo per proiettarsi al futuro, se non è capace di trasformare gli
onnipresenti ostacoli in opportunità, le contagiose controversie in stimoli creativi, il protagonismo in collaborazione.
Se tiriamo un po’ di somme, possiamo dunque sostenere che la creatività, quanto più rifugge dalla semplicioneria
tanto più può contribuire a risolvere la enorme gamma di problemi che affligono la nostra società e che appaiono
sulla scena ad ogni aurora.

Non sono problemi da poco. Né sono pochi i problemi. Perché vanno da situazioni ecologiche insopportabili a
dimensioni etiche assurde a sviluppi economici sbilanciati ed illogici. Come ben diceva Einstein: «Uno dei problemi
piú grandi dell’umanità non consiste nella imperfezione dei mezzi a disposizione ma nella confusione dei traguardi
da raggiungere».

La persona creativa è, insomma, destinata ad avere idee  precise e imprecise, grigie e a volte dorate, comunque
chiaramente dirette a un traguardo. Anche se spesso non sarà espresso in termini nitidi. Precisione e
imprecisione, chiarezza e nebulosità, incognite e certezze, proprio come succede al bambino che esplora il suo
nuovo mondo.  Quel bambino che è, in fin dei conti, il creativo per eccellenza.
Il creativo, eterno bambino
da Il Sole d'Italia numero 56
 1 - 15 gennaio 2008
Discipline aziendali
di Giulio Chiesa *
* Professore di Direzione Aziendale nei corsi di Master dell’Itam.