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* Professore di Direzione Aziendale nei corsi di Master dell’Itam.

Un filosofo tedesco, mai accettato dal nazionalsocialismo hitleriano nonostante certi suoi pensieri di sapore fa-
scista, scrisse nel 1918, sul finir della prima guerra mondiale, un libro che - a quell’epoca - fece scalpore. Il titolo
era Il crepuscolo dell’Occidente (Der Untergang des Abendlandes). Morì vent’anni dopo, nel 1938, all’inizio -
seppur non formale - della seconda guerra mondiale. Il suo nome, Oswald Spengler, è stato ingiustamente
dimenticato da molti di coloro che - magari senza rendersene conto - sono stati gli eredi delle sue più profonde
convinzioni. Sosteneva Springler che le varie culture di questo mondo non sono paragonabili: quindi tutti i
parametri culturali - siano essi sistemi politici, dimensioni economiche, manifestazioni artistiche o tradizioni
vincolanti - non solo sfuggono a un’analisi comparativa, ma addirittura non possono essere importati e adottati da
un’altra cultura. Le culture devono cioè continuare a vivere separate, senza amalgamarsi se non dopo essere
passate attraverso lunghe fasi di avvicinamento e comprensione reciproca. Dal suo punto di vista, sono illusori e
artificiali quei sistemi politici - o religiosi, economici e artistici - che pretendono di essere universali.
In realtà, questi sistemi che pretendono di avere una validità «universale» affermano che i loro vari principi morali,
etici e legali trovano giustificazione nella loro stessa supremazia, di solito basata sulla forza economica o militare.
Questa supremazia, in termini storici, è momentanea. Il comunismo è durato settant’anni. Il capitalismo, nella sua
versione basica, è nato solo cent’anni fa con il modello T di Henry Ford. Il neo capitalismo è sorto sulle ceneri dell’
ultima guerra mondiale, 63 anni or sono. Di moderno, oggi, non c’è più nulla perché tutto diventa rapidamente
post-moderno, cioè fatuo e volatile. Spengler è stato il primo di una lunga serie di autori che, dal 1918 al 2008, ha
dissertato sulla decadenza del mondo occidentale. Oggi, secondo idee assai diffuse, stiamo affrontando una
colossale crisi di valori: preoccupati come siamo del progresso tecnico/tecnologico e a causa dell’epicureismo più
sfrenato, siamo diventati incapaci di guidare con saggezza le nostre azioni: siamo ormai del tutto indifferenti alle
forze moralmente tradizionali dei valori.
Eppure... Eppure, esiste anche il non meno rispettabile punto di vista che, mai come ora, la nostra cultura, in
reazione a tanti fenomeni impregnati di negativismo, abbia in mano la possibilità di non sprecare quanto ha fatto
di buono negli ultimi tre secoli. Si comincia, ad esempio, a notare che il prezzo del petrolio può ridistribuire il
lavoro manifatturiero, tanto vilificato negli ultimi tempi dalla Cina e da altri ai paesi che non sono ancora entrati nel
«primo mondo». Messico e Brasile sono i due esempi di questa tendenza. Con gli alti prezzi dell’oro nero, la Cina
perde un vantaggio competitivo a causa della sua distanza dai grandi mercati: il prezzo del trasporto di un
«container» elimina il vantaggio della mano d’opera a basso costo. Si cominciano a vedere sintomi di
«deglorificazione» dell’atteggiamento globale, di un rallentamento nella corsa a stili di vita e comportamenti
consumistici omogenei e uguali in tutto il mondo. Si nota anche un impegno più consistente di ridar vita a
economie e tradizioni locali. C’è da chiedersi se il MondoMac abbia già cominciato a declinare.
La cultura occidentale può essere ancora una grande protagonista se trasformerà in azioni concrete tutto il
parlare sciorinato nei vari convegni scientifici, parascientifici, accademici, energetici ed etici. Oggi il mondo
industriale non richiede più lavoratori al di sotto di determinati livelli educativi. Il lavoratore di oggi, come ha
insegnato Toyota, deve, in armonia con le sue funzioni, saper leggere intelligentemente, apprendere con piacere
la matematica, incorporare con entusiasmo nuovi insegnamenti e tecniche raffinate. Perché da soggetto passivo
possa diventare un partecipante attivo al gioco della sopravvivenza.
Bisogna dunque prepararsi per il meglio, non per il peggio. Forse non è vero che abbiamo perduto il senso dei
valori. Potrebbe darsi il caso che ne siano stati creati molti nuovi, grazie al movimento ingente e scoraggiante di
gente guidata dalla miseria e dalle guerre a varcare frontiere, mari e continenti. Forse abbiamo creato una
mescolanza intollerante (come sosteneva Spengler) di tradizioni e valori. Ne abbiamo creati tanti da farci perdere l’
orientamento etico e l’orizzonte verso il quale dirigerci con dignità e fierezza. Forse, infine, non dobbiamo essere
così disastrosamente negativi. Come diceva il solito Voltaire: «La miglior forma d’intelligenza è l’ottimismo».
Bisogna vedere se vogliamo privilegiare l’intelligenza sull’epicureismo.
Cosa genera la miscela di valori
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