© 2007 Il Sole d'Italia S.A. de C.V. , società costituita in Messico con sede a Playa del Carmen.
|
* Professore di Direzione Aziendale nei corsi di Master dell’Itam.

Si dà per scontato che la globalizzazione e i cambiamenti provocati dalla tecnologia siano ormai parte importante
della nostra vita. Passerà molto tempo prima che due forze così gigantesche possano svilupparsi
contemporaneamente per rivoluzionare le organizzazioni e le istituzioni di tutto il mondo. C’è però l’impressione
che l’era dell’informazione abbia raggiunto i limiti massimi in ciascuno dei suoi componenti (telefono, televisione,
computer, software, internet) e che solamente la congiunzione integrata di questi elementi sappia aprire nuovi
capitoli di grande innovazione, capaci di generare un’era nuova.
In fin dei conti, stiamo dando per chiusa l’era industriale, anzi la demmo quasi per defunta quando Neil Armstrong
allunnò nel 1969. Ricominciammo a contare con Piazza Tienanmen nel 1989, data che simbolicamente potremmo
scegliere per dar il via alla nuova era dell’informazione. Un’era che ci ha insegnato a sapere esattamente quello
che gli altri hanno e noi no, a pretendere all’istante qualità, quantità, servizio e prezzo come se fossero
cioccolatini (espressione molto genovese) e, per di più, esigere prodotti e servizi in forma personalizzata (non più
caro signore, ma carissimo signor Rossi): ne sono esempio le pellicole «pay-per.view», le carte di credito, l’
Internet sulle rive del lago Titicaca, le messaggerie con garanzia di consegna super rapida e la pizza in 20 minuti
(fredda).
Sono sorti dei fenomeni ai quali dobbiamo abituarci, seppur a fatica. Il primo è che l’etnicità sta rimpiazzando il
nazionalismo, un vettore essenziale nello stabilire la formazione di forze economiche nazionali. Lo aveva
giustamente segnalato, nel 1993, il giornalista Jack Kotkin nel suo discusso libro Tribù (poi immancabilmente
storpiato in una serie televisa di discreto successo) nel quale sosteneva che i gruppi etnici costituivano la base di
sviluppo dell’economia globale moderna. E’ ben saputo quanto tristemente numerose siano le persone che
emigrano in condizioni assurde. Pochi sanno però che all’estero vivono più di 60 milioni di cinesi, base di
appoggio per molti altri milioni a venire.
Il secondo è il fenomeno degli immigrati elettronici, cioè di persone che emigrano senza emigrare. Sono lavoratori
che, dal proprio paese, provvedono servizi telematici a paesi lontanissimi dal loro. Esempio tipico quello dei «call
centers», capaci di tutto ma inadatti a comprendere il problema del viaggiatore se chiede la prenotazione di un
volo Roma-Città del Messico-Tapachula. I «call centers» si fermano a Città del Messico: a Tapachula non si
arriverà mai perché, in Cile, Tapachula non è molto conosciuta (una famosa linea aerea ha spostato il suo «call
centers» al sud di Santiago). E questo si verifica non solo nel mondo degli affari. Il comportamento globale è
territorio aperto a tutti: organizzazioni religiose, istituzioni educative, servizi scientifici.
Cosa possiamo allora aspettarci dal futuro? La tendenza più chiara è quella che riguarda la vera «high tech»,
cioè la sfera dei biomateriali e delle nanotecnologie, concetti difficili da spiegare a meno di ricorrere a similitudini
grottesche o ad esempi orripilanti. Se l’età agricola aveva debellato la fame, se l’età industriale aveva conquistato
lo spazio e se l’età attuale dell’informazione sta battendo il tempo, è lecito aspettarsi che la prossima età, ancora
senza nome, conquisti la materia, senza però far uso omicida dell’atomo. Conquistare la materia vuol dire clonare,
creare un corpo bionico, mutare l’inquinamento in oro (un biofiltro a base di batteri installato dalla Mercedes Benz
in una fabbrica tra Stoccarda ed Essengen ha la capacità di purificare 320.000 metri cubici di aria contaminata in
un’ora), avere un «microchip» sotto la pelle per controllare malattie o per fornire un’identificazione precisa di chi
siamo. Tutti problemi con profonde implicazioni etiche che ci trovano poco preparati ad assimilarli. Davvero c’è da
chiedersi se gli innamorati continueranno a baciarsi, se i genitori ameranno ancora bambini tutti uguali e se
mettersi a tavola sarà un’abitudine considerata inutile.
Le sfide etiche della prossima era
|
da Il Sole d'Italia numero 71 16 - 31 agosto 2008
|