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* Professore di Direzione Aziendale nei corsi di Master dell’Itam.

A Camogli, amena cittadina ligure incastonata tra mare e monte con le sue case appiccicate e variopinte ed i
scambio tra due continenti, non c’è più stata una nascita dal 1964. Sono cioè trascorsi 44 anni da quando, nell’
ospedale di Camogli è nato un vero «camuggino». L’ospedale, secondo i dettami centripeti della riforma sanitaria
di quegli anni, venne chiuso per l’appunto nel 1964 ed è tuttora visibile, piuttosto malandato, in cima ad una
collinetta da cui si gode uno dei più riposanti panorami della Riviera ligure di Levante. Nascere a Camogli è
dunque proibito, come lo è in tanti altri piccoli centri d’Italia. Ormai la ferrea legge delle Asl esige che una
persona non nasca più nel suo paesello, visto anche che le levatrici domiciliari sono ormai una razza estinta, ma
nell’enorme centro ospedaliero della città più vicina.
Grande scalpore aveva quindi destato, in data recente, la notizia che una signora di spirito ribelle e di matrice
robusta avesse deciso, e pubblicamente annunciato, che la sua creatura sarebbe venuta al mondo con metodi
del passato, secondo gli schemi più schietti della tradizione gestatoria: una comadre al capezzale, molti panni sul
letto e un paio di pentole d’acqua a bollire in cucina sotto gli occhi vigili del marito (per precauzione un fuoricorso
della facoltà di medicina) nel salotto. In paese si venne a sapere che la puerpera aveva iniziato il periodo delle
doglie e la voce si sparse. C’è chi dice che qualcuno voleva stare all’erta per suonare le campane della
parrocchia nel momento fatidico. Donne, donnette e bambini cominciarono a riunirsi in piccoli capannelli nei
pressi dell’abitazione della signora quasi madre. Se le buonanime di Gilberto Govi e di Pietro Germi, due
genovesi doc, avessero potuto essere presenti, avrebbero avuto a disposizione un eloquente materiale per le
loro opere teatrali e cinematorafiche. Il lieto evento avvenne dopo quasi tre ore di attesa e l’annuncio venne dato
con una certa solennità dal padre, affacciato alla finestra della cucina come se fosse il balcone di Palazzo
Venezia. Il vero problema nacque l’indomani quando si procedette all’iscrizione anagrafica del pargolo. Per 45
anni continui nessuno aveva più scritto nel librone intitolato «Nati nel Comune di Camogli» dove, con bella
calligrafia, si estendevano i dati relativi al nuovo arrivato e ai testimoni. Anzi, nessuno in Municipio si ricordava il
procedimento, ormai sostituito da un rapido «input» nell’«ordinatore elettronico» degli ospedali Asl delle vicine
città. Si riuscì, tuttavia, a convincere le autorità a seguire le regole vigenti ma anche a scrivere il nome sul librone
con una bella penna stilo Mont Blanc (la penna del Sindaco). Ma questa storia (vera) non finisce qui: per
registrare il bambino occorreva saperne il nome. I genitori erano da tempo d’accordo che il piccolo dovesse avere
il nome del Santo Protettore di Camogli. Purtroppo, Camogli ha due santi protettori, San Fortunato e San
Prospero, e i coniugi erano politicamente divisi su questo fronte. Fu uno dei testimoni che, salomonicamente,
suggerì un nome neutrale. Ed è cosi che il pargolo si chiamò Silvio.
Di paesini come questo ce ne sono a centinaia in Italia, ciascuno con la loro storia dell’ospedale chiuso negli Anni ’
60, con tanti pargoli nati fuori comune, con nomi come Massimo o Romano o Clemente, e con le notizie importanti
che corrono sul telefono invisibile del bisbiglio, certamente meno costoso del telefonino (leziosità tutta italiana). E’
però difficile pensare chesi possa arrivati a livelli così alti di felicità «globale» come è successo in questa
roccaforte del conservatorismo ligure in occasione del suo primo vero cittadino dopo quasi cinquant’anni di
digiuno. Ed in più, fatto da non trascurare, con una spesa minima.
L’anagrafe dimenticata dei paesini
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da Il Sole d'Italia numero 68
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