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* Professore di Direzione Aziendale nei corsi di Master dell’Itam.

Ero venuto a Genova con l’intenzione di capire bene - come sampdoriano e come persona interessata allo studio
della leadership - di che doti (o non doti) disponesse questo giovane ventiseienne Antonio Cassano, fantasista
della squadra del mio cuore. Nutrivo un recondito desiderio di poterlo elogiare senza remore, spazzando via, in un
solo colpo, quanto era stato detto delle sue stravaganze, fuori e dentro il campo da gioco. Esistono infatti individui
che chiamiamo «geniali» e talvolta «creativi», la cui importanza non è limitata a quanto bene sappiano fare il loro
mestiere: queste persone addirittura estendono la loro genialità al gruppo a cui appartengono e sono capaci di
rappresentare un modello, un parametro o addirittura un punto di riferimento costante. Queste loro scintille
creative, questi loro spunti che si staccano da schemi o da paradigmi imposti da strategie vincolanti, ravvivano il
gruppo (la squadra) insegnando ad essere migliori essendo differenti. Beninteso, senza cadere in situazioni
ridicole o sfacciate. Oppure, ancor peggio, provocanti.
Che Cassano giochi bene solo quando gli fa comodo era risaputo però mai si era visto uno spreco associato ad
una indegna ridicolaggine e petulanza come nella partita di Marassi contro la Roma, partita che esigeva il
massimo sforzo proprio alla squadra di casa.
Premettto che, nella settimana anteriore alla partita, Cassano aveva già dato prova di non saper intendere la
differenza tra esuberanza di carattere e senso di responsabi-lità: infatti era entrato sul campo di allenamento, in
quel di Bogliasco, guidando la sua automobile fino al cerchio centrale del campo con tanto di frenata garibaldina.
La Gazzeta dello Sport di lunedì 5 maggio ha pubblicato una foto a centro pagina (pagina 10) con un Cassano
che, non tanto scherzosamente, abbraccia, ancora sullo zero a zero, il suo rivale ed ex compagno di squadra
Mancini allungando il dito medio per raggiungere le parti posteriori del giocatore brasiliano. Un gesto
particolarmente sgradevole.
Alle persone «geniali» si perdonano molti difetti: l’eccesiva originalità, la tendenza al dominio, l’incapacità di
assimilare istruzioni, la mancanza di adeguamento a schemi prestabiliti. Ma la scurrilità no: questa non si perdona.
Ancor meno nello sport.
Dopo queste premesse, lascio a gente del mestiere la descrizione dello spettacolo Cassano in campo. Sempre
dalla Gazzetta dello Sport del 5 maggio, a pagina 10: «Cassano ha fatto il Cassano: ha fatto giocare, urlare e
soffrire. A metà partita è stato (giustamente) sostituito, uscendo a testa bassa, perché aveva sbagliato di tutto».
Dalla pagina sportiva del Corriere della Sera del 5 maggio, pagina 43. Titolo non indifferente: «Gli errori di
Cassano fanno ricca la Roma». Dal testo: «Doveva essere la partita di Cassano, di fronte al suo passato (di
romanista). E così è successo. Si è seduto sulla gara come se fosse il lettino dello psicoanalista... Cassano rende
solo quando si sente adorato dall’ambiente ma, allo stesso tempo, l’adorazione è per lui il peggior veleno. Ha fatto
3 errori inconcepibili. Ha sprecato energie arringando dieci volte di alzare il volume del tifo...».
Di Cassano non tornerò a scrivere. Non perché non abbia fatto i gol che noi sampdoriani di vecchia fede ci
aspettavamo (remember Gullit, li faceva sempre quando ce n’era bisogno). Non perché abbia protestato
clamorosamente al momento della sua giusta sostituzione (in fin dei conti, protestano sempre tutti). Ma perché a
lui, cui piacciono i bagni di folla, non è entrato in testa che alla folla deve dare il meglio di se stesso, sempre, e
non quando gli fa comodo.
Lo avevano cacciato da altre organizzazioni ed era approdato su queste sponde liguri, le cui genti lo avevano
persino osannato, loro cosi schivi di esibizionismi e parchi di elogi. E’ un vero peccato che abbiano eliminato il
limbo. Sarebbe stato un bel posto per Antonio Cassano, 26 anni, e tante cose semplici che deve ancora imparare.
Quando il genio è solo sregolatezza
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