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* Professore di Direzione Aziendale nei corsi di Master dell’Itam.

NELL’AMBITO impresariale, ed ancor piú in quello accademico, uno dei temi più analizzati e discussi è il fino a tre
quarti del secolo ventesimo- vivevano indisturbate per periodi di tempo abbastanza lunghi.
Il cambiamento è un fenomeno strano: per ogni cosa che guadagniamo ne perdiamo per lo meno due.E’
sufficiente pensare al numero dei posti di lavoro (calanti) e alla sicurezza di mantener un lavoro (scomparsa).
Ovviamente le nostre conoscenze si ampliano come conseguenza del progresso. Ma più si ampliano più
diventiamo ignoranti. Per una relativamente semplice dichiarazione dei redditi dobbiamo ricorrere allo specialista
perché abbiamo paura di sbagliare (cioé non sappiamo). Sappiamo guidare benissimo automobili sofisticate ma
ignoriamo (cioé non sappiamo più) quali sono le regole che vanno rispettate. Fiducia nel prossimo? Ma neanche
a parlarne. Per poter stare per lo meno alla pari, cioé per incorporare nuove nozioni perdendo però poco del
nostro bagaglio di nozioni, comportamenti ed espressioni dobbiamo cambiare alcune priorità. Fino a ieri nelle
aziende la soluzione proveniva dal non facile sforzo di essere più efficienti. Le macchina, i robot, le tecnologie, i
computer ci dettero una mano non indifferenti in questa metamorfosi e ci fecero sentire vincitori, cioé padroni del
successo. Prima arrivarono i giapponesi, principi della miniaturizzazione, poi gli italiani, con il design inteso come
sovvertimento di stereotipi e di regole fisse, poi gli americani con i loro concetti rivoluzionari di guerre
tecnologiche invece che strategiche, e poi ancora i cinesi da cui ci si può aspettare di tutto (anche che non
ricorrano più all’aborto -se il feto è femmina- pur di avere una fonte eterna di mano d’opera economica) e poi gli
arabi divinizzatori del petrolio e poi ... chissà.
Quando facciamo esercizi fisici che richiedono un certo sforzo, non ci fermiamo per respirare. La respirazione è
nostra compagna costante. Quando la luce diventa troppo intensa automaticamente la pupilla sa cosa fare. Se ci
toccano alle spalle di sorpresa scattiamo come molle. Sono i cosidetti atti riflessi. Sono molto importanti perché ci
possono salvare la vita.
Molte imprese oggi mancano di questi atti riflessi. Continuano a muoversi ma respirano affannosamente
immettendo poca quantità di ossigeno nei polmoni: a volte devono addirittura fermarsi e fare una pausa. Il
pericolo di fermarsi è molto ben descritto da un detto messicano: «Camarón que duerme, se lo lleva la corriente».
Perché succedono queste crisi? Quasi sicuramente perché la impalcatura di queste aziende è debole o si va
indebolendo per strada, mano mano che si dimenticano di quei valori senza i quali non si ha la possibilità di
partecipare e vincere in un’olimpiade pulita.
Dicevamo che il primo grande tentativo di dominare il cambiamento, senza esserne succubi (quante imprese sono
sparite negli ultimi 25anni?), è stato quello di essere più qualificati, più produttivi o, come si dice oggi, più
competitivi.
Seguì poi una seconda fase -nella quale ci troviamo ancora adesso- in cui molte imprese hanno creduto che
cambiare volesse dire soltanto innovare o aderire ad una buona condotta ecologica o ampliare smisuratamente
la linea di prodotti. E`un buon pensare, opportunistico se vogliamo, ma non risolve il problema di un’impalcatura
(oggi si dovrebbe dire architettura) solida, robusta, capace di resistere alle intemperie del tempo e dell’uomo.
Queste fasi di qualificazione, miniaturizzazione, velocità, accelerazione, produttività, creatività sono tutte
temporanee, nel senso che non è su di esse che si costruisce il mondo impresariale del futuro. I veri fattori
trainanti del cambiamento, dello sviluppo e della crescita sana sono quei principi e quei valori che credevamo
universali e che invece si stanno dissolvendo come i PLATANI al vento delle vecchie canzoni. Tra i valori più nobili
troviamo: il senso di equità, il coraggio saggio, la temperanza, l’onore di essere e l’onore di migliorare, la
persistenza e la congruenza sorelle gemelle, l’intelligenza messa a buon uso, e sopratutto il rispetto. Il disaccordo
circa quello che, nel processso del cambiamento, è corretto o no (ci riferiamo al nuovo campo della bioetica :
eutanasia, pena di morte, clonazione, aborto, diritti umani in genere) da semplice dissenso è diventato una
controversia ed ha già imboccato la strada per diventare un conflitto. Certamente è un buon principio aiutare
invece di causare danno. Purtroppo dobbiamo ammettere che, anche nel campo delle aziende, sembra essere
sempre più presente il concetto relativista che il beneficio di un gruppo risulta spesso in un danno per altri.
Il vero cambiamento è etico
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