da Playa del Carmen, Messico

di Massimiliano Pasquariello

Playa del Carmen oggi è una delle principali mete turistiche mondiali. Offre una serie di strutture e
servizi alberghieri di alto livello e la popolazione residente, in tutto il municipio di Solidaridad,  sfiora
le 150.000 persone. Una città ben diversa dal villaggio di pescatori che trent’anni fa accoglieva i
primi temerari avventurieri. Tra loro c’erano anche alcuni italiani che decisero di costruire il loro
futuro proprio a Playa del Carmen. Oggi sono ancora in Messico, sempre a Playa del Carmen, e
raccontano a Il Sole d’Italia perché restarono affascinati da questo angolo di paradiso. Ecco le storie
di Walter Brini, Pasquale Carpineti e Andrea Blandamura.


Walter Brini: «Il mare era
pieno d’aragoste
e si beveva acqua di cocco»

Un giramondo rapito dal fascino di un piccolo paese di
pescatori. Questo era Walter quando, nel 1979, arrivò
per la prima volta a Playa del Carmen. Era una delle tante
tappe del suo interminabile viaggio intorno al Pianeta, ma
l’incanto che si presentò ai suoi occhi aveva lasciato il segno.
«Non volevo perdere il mio tempo giocando a carte
in un bar» ricorda Walter Brini, classe 1951, di Imola
«e così preparai la valigia e iniziai a girare il mondo».
Gli occhi ancora gli brillano al ricordo: «Partii dall’Italia con
in tasca 1.300 dollari e tanta voglia di viaggiare. Attraversai
un po’ tutti i continenti: dall’America al Sud Est Asiatico per
arrivare fino in Papua Nuova Guinea». Poi il Messico e Playa del Carmen. «Arrivai
nel 1979 e mi fermai sei mesi» racconta Walter, che aggiunge: «Vivevo in una piccola tenda sulla
spiaggia non lontano dall’avenida Juarez. Pescavo con gli abitanti del posto che allora non
superavano le 400 persone. C’era una quantità incredibile di aragoste oltreché di noci di cocco:
quelle verdi, di cui bevevo il succo, le lasciavo seccare per usarle come legna da ardere. Le case
erano pochissime e la 5a Avenida, di terra e fango, non arrivava oltre l’attuale calle 10». Ma lo
spirito di giramondo spinse Walter Brini, ancora una volta, lontano da Playa del Carmen. «Me ne
andai allo scadere del mio visto» ricorda «per proseguire il viaggio attraverso Belize, Guatemala,
Haiti e Giamaica dove conobbi Margherita, una Svizzera, con la quale poi sarei entrato in affari.
Infatti tornai ancora a Playa con Margherita nel 1981 e fu allora che decidemmo di comprare un
terreno sulla Avenida Juarez, quasi sulla spiaggia: volevamo costruire un ristorante. Nella proprietà c’
era una piccola capanna e una quantità incredibile di immondizia: ci vollero sette camion da quattro
metri cubi l’uno per liberare tutto».
E dopo un anno di duro lavoro, finalmente l’inaugurazione. «Il 6 gennaio 1983 alle 6 di pomeriggio
aprimmo il “Mascaras”» prosegue Walter, che aggiunge: «Pizza e cucina italiana erano una
piacevole novità per gli abitanti del luogo, ma anche il vino, che compravo da Pippo a Cancun, era
molto apprezzato. All’epoca il mio era l’unico locale di ritrovo e tutti coloro che capitavano a Playa
entravano al “Mascaras”. Insomma non solo un ristorante se non un punto di incontro dove
chiacchierare, raccontare di viaggi e ballare in un apposito angolo adibito a discoteca».
«Dopo sei anni dall’apertura» racconta «continuai con un’altra socia: Marina. Con lei proseguimmo
altri dieci anni fino a quando, nel 1999 lasciai il locale definitivamente per darlo in affitto a tre ragazzi
di Rimini». Il ristorante ora non c’è più, ma Walter è di nuovo nello stesso locale dove oggi vende
oggetti di artigianato messicano e internazionale. In Messico ha messo le radici in tutti i sensi. La
sua compagna, Citlali, che in azteco significa «stella», è messicana di Ixtapa così come i due figli che
ha avuto con lei: Fara di 8 anni e Patrick di 14.

Pasquale Carpineti:
«La Quinta Avenida era affollata
di cani, gatti e maiali»

Pasquale è la memoria storica di Playa del Carmen. La sua prima volta nelle chiare e colorate acque
caraibiche fu nel 1976 inseguendo un amore che poi non avrebbe avuto futuro. Ma l’amore per
Playa del Carmen, quello sì che avrebbe avuto un seguito. «Come sono arrivato a Playa? A quell’
epoca lavoravo Germania» ricorda Pasquale Carpineti, classe 1941, originario di Cori in provincia di
Latina «e mi innamorai di un’americana che viveva, come me, ad Amburgo. Lei tornò in Connecticut
e io la raggiunsi. Ma il freddo del Connecticut e la voglia di conoscere nuovi mondi mi spinse più a
sud: prima in Florida, poi a Cozumel e infine a Playa del Carmen».
E in Messico, la spiaggia bianca e il mare di un colore mozzafiato fecero il resto. «Ero seduto al molo
e ammiravo estasiato il panorama. Cominciai a fantasticare sulla possibilità di trasferirmi qui»
racconta Pasquale. L’anno dopo, la storia con l’americana finì ma Pasquale era nuovamente a Playa
del Carmen. «Comprai un piccolo terreno dove oggi sorge l’albergo “Hacienda del Caribe”» spiega
Pasquale, che ricorda: «Allora c’era solo una piccola “cabaña” che veniva spesso usata dai miei
amici per trascorrere le vacanze in questo angolo di paradiso del Messico. Per me si trattava di un
investimento che poteva tornare utile in un futuro dato che ormai mi ero stabilito in Germania dove
avevo aperto tre ristoranti».
Però la malcelata voglia di conoscere il mondo e un’altra storia d’amore ormai agli sgoccioli,
spinsero Pasquale a trasferirsi definitivamente a Playa. «Era il 1984» prosegue «quando decisi di
“esportare” le mie conoscenze di ristoratore nel piccolo paese di pescatori di Playa del Carmen. Le
case arrivavano fino all’attuale calle 6, dopodiché c’era solo giungla. Sul terreno comprato anni
addietro aprii il ristorante “Al Bacco”».
Quella di vent’anni fa era una Playa del Carmen molto più “rustica” dell’attuale e non ancora
abituata a certe finezze culinarie. E proprio questo determinò il successo del ristorante. «Ricordo
che la 5a era piena di cani, gatti e maiali e gli odori che provenivano dai punti di ristoro locali non
stimolavano l’appettito» afferma ancora Pasquale, che descrive così il suo ristorante: «Era un locale
atipico all’epoca. Ricordo che il solo fatto di servire il vino provocava un attento silenzio da parte dei
clienti che quasi non conoscevano questo tipo di bevanda. Poi fui il primo ad introdurre musica dal
vivo. Altre innovazioni? Sfilatini e prosciutto che andavo a comprare ogni giorno a Cancun a bordo
di una scassatissima Wolkswagen della Seconda guerra mondiale. Insomma il locale ben presto
divenne un ristorante di culto. Nell’agosto del 1988 aprii un nuovo ristorante a Cancun ma, a poco
più di un mese di distanza, nel settembre dello stesso anno, l’inaudita violenza dell’uragano “Gilbert”
lo distrusse completamente. “Al Bacco” intanto fu venduto nel 1991 per aprire ancora un altro locale
di ristorazione: il “Belvedere”, nell’avenida Juarez. Nel 1997, poi, decisi di terminare con la
ristorazione per dedicarmi a una nuova attività: fu così che aprii una falegnameria che eseguiva
lavori per i grandi complessi alberghieri che ormai popolavano la Riviera Maya. Dal 2000 infine,
venduta anche questa attività, mi occupo di finanziamenti immobiliari».
La vita di Pasquale è segnata dall’amore per il Messico.
«Sono felicemente sposato con una cittadina di questo Paese e siamo orgogliosi genitori di Ercole,
un ragazzo di 16 anni innamorato del volo e che sogna un futuro da pilota».
Dopo tanti anni di impegno per far crescere e mantenere viva la comunità di Playa del Carmen,
Pasquale Carpineti ha ricevuto un riconoscimento ufficiale da parte degli organi politici locali.
Carpineti infatti è l’unico rappresentante italiano dell’associazione «Pionieri di Playa del Carmen»
recentemente inaugurata dallo stesso presidente municipale, Carlos Joaquín González. Il compito di
Carpineti è quello di favorire gli scambi culturali, attraverso accordi di gemellaggio tra il municipio di
Solidaridad e i municipi italiani.

Andrea Blandamura:
«Le strade erano così strette che saltavano
gli specchietti retrovisori»

Era avviato a una carriera di medico, ma poi la voglia di
libertà e di conoscere il mondo lo portarono fin qui, nella
perla dei Caraibi messicani. Andrea Blandamura, romano,
52 anni, racconta come si è trovato ad essere uno dei primi
italiani a Playa del Carmen. «Ho cominciato a viaggiare da
giovanissimo», spiega «passando per Nord Africa, Sud Est
Asiatico e Centro America. Arrivai a Città del Messico nel
1981 con l’idea di iniziare un’attività di import-export e da
qui, l’anno seguente, sbarcai per la prima volta a Playa
insieme ad alcuni amici». Una cittadina che già allora aveva
colpito la fantasia di Andrea. «Le strade erano così strette
che le auto si sfioravano e c’era il rischio costante che
saltassero gli specchietti retrovisori. L’autostrada che
porta a Cancun, ad esempio, era soltanto a una corsia e
quando si incrociavano camion o autobus bisognava farsi
da parte. Fra l’altro, chi aveva l’auto doveva andare spesso
a Puerto Morelos perché a Playa non esistevano distributori di benzina. Cos’altro ricordo di
particolare? La bellezza del mare e la vita in spiaggia. Si pescavano con facilità aragoste e
“caracoles” e la sera i gusci delle noci di cocco venivano bruciati  per tenere lontane le zanzare.
Insomma, era come vivere in un’oasi di pace. Playa infatti non era che un villaggio di pescatori e le
poche persone che vi transitavano si dirigevano a Cozumel, dove c’era l’aeroporto internazionale».
All’epoca, Playa non era così mondana.
«Gli unici due ristoranti» spiega Blandamura «erano “Mascaras” di Walter e “Al Bacco” di Pasquale.
Sì, c’erano anche posticini messicani dove si mangiava pesce fritto. Ma il “pueblo” era abituato a
mangiare a casa».
Dopo una serie di viaggi in Messico, Andrea si stabilisce in Guatemala. «Iniziai un’attività di disegno
e produzione di stoffe, vestiti e camicie. Per me Playa del Carmen era il paradiso e l’attività di
commercializzazione di tessuti mi permetteva di tornarci con una certa frequenza. Nel 1990, decisi di
comprare una casa».
Andrea è legato a Playa anche dal cuore: «Conobbi Adriana nel novembre del 1985: era davanti all’
unico “supermercato” di Playa insieme alla sorella. Aveva capelli cortissimi e azzurri e pensai che
fosse straniera, forse francese. Scoprii con sorpresa che avevo a che fare con un’autentica
friuliana».  Poi la decisione di trasferirsi definitivamente. «Era il 1994 e nostro figlio Simone, oggi 12
anni, stava per nascere. Decisi così di spostare la mia attività dal Guatemala a Playa dove avrei
rifornito le boutique della Riviera Maya».
Dopo un breve periodo nella produzione e fornitura di abiti, ecco la società con Gennaro Balzano,
attuale proprietario del Mosquito Blue. «Ci conoscevamo già dal Guatemala. Io avevo appena
aperto il ristorante “Il bocconcino”, sulla 5a Avenida, e Gennaro mi propose di entrare in società
nella gestione. Poi, sempre in società, aprimmo un “super” dove oggi c’è il ristorante “Las
Mañanitas”. Oggi mi occupo soprattutto di costruzioni e compravendita di terreni». Insomma un altro
dei tanti pionieri della comunità italiana di Playa che, come molti di loro, ha iniziato con tanta voglia
di viaggiare ma è rimasto stregato dall’incanto di questo paradiso. «Dove prima si arrivava solo per
godersi il sole dei tropici. Oggi invece, molto spesso, si viene solo per lavorare» conclude Andrea
Blandamura.
numero 35
16-28
febbraio
2007
C’era una volta Playa del Carmen...
Il racconto dei pionieri italiani.
Arrivarono in vacanza negli anni Settanta e furono i primi
a stabilirsi in questa zona del Messico. Tre avventurosi connazionali
descrivono come si viveva fra palme, cocchi e aragoste.
Walter Brini, originario di Imola,
nel suo negozio di artigianato
messicano a Playa del Carmen
che si trova sulla Avenida Juarez
fra la Quinta Avenida e la spiaggia.
Andrea Blandamura
con sua moglie Adriana
in un locale di Playa del Carmen.
© 2007 Il Sole d'Italia S.A. de C.V.
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