da Tulum
Pierpaolo Capalbo
Messico: etnoturismo è la parola magica. Dopo anni in
cui è stato sviluppato il turismo di massa, quello del sole
e spiaggia per intenderci, sembra che sia arrivato il
momento per dare una spinta ad un turismo più
consapevole e rispettoso della tradizione e della cultura
delle comunità maya.
Per cominciare potrebbero essere create una via
della gomma e una del mais sulla scia di quanto già fatto,
con successo, da altri Paesi latinoamericani. Da una
parte, un modo per conoscere più da vicino la vita, la
cultura ma anche i problemi quotidiani delle comunità
rurali. Dall’altra un’opportunità per queste ultime di
migliorare le proprie condizioni economiche
garantendosi introiti fino ad oggi sconosciuti senza per
questo snaturarsi o vendere la propria identità.
“È un turismo fatto di piccoli numeri, gente che viene
con l’intenzione d’integrarsi per alcuni giorni con la
comunità” ha detto Carlos Serra, esperto di turismo
rurale in Messico e America Latina, a margine del Corso
internazionale di turismo rurale che si è tenuto a
Tulum pochi giorni fa. Sulla stessa lunghezza d’onda
Pedro Acevedo, professore dell’Università di L’Avana:
“Il turismo rurale proprizia la convivenza tra culture
diverse. Gli abitanti locali mostreranno e insegneranno i
propri valori a persone che vengono da un mondo più
urbanizzato. Gente che per esempio non ha mai visto
come si semina o come si alleva una mucca”.Serra ha
poi ribadito come questo modello abbia già suscitato
notevole interesse nei rappresentanti di queste
comunità: “Si sono mostrati attratti dalla prospettiva di
migliorare la condizione di vita delle proprie famiglie.
Vedono in questo programma una speranza per
moltiplicare le proprie entrate perciò s’impegneranno a
svilupparlo”.
Un punto di partenza fondamentale anche perché se gli
attori protagonisti del territorio, dalle autorità ai contadini,
non dovessero creare un rapporto sinergico tra loro e
convergere verso un obiettivo condiviso il progetto
sarebbe destinato al fallimento. Ci sono perciò tutti i
presupposti per una svolta che potrebbe finalmente
includere le comunità locali nella corsa allo sviluppo della
regione da cui fino ad oggi sono state tagliate fuori.
Infatti il giro di denaro generato dal turismo commerciale
è in genere un circuito chiuso, gestito principalmente
dalle grandi imprese internazionali, che non ricade
direttamente sulla popolazione locale.
Qui in Messico, a servire da traino per tutta l’operazione,
ci saranno sicuramente le caratteristiche della Riviera
Maya che gli esperti vedono come un luogo ideale per
intraprendere questo percorso. Concetto ribadito da
Pablo Ramírez, esponente del consiglio della Promozione
turistica messicana: “La Riviera possiede caratteristiche
uniche. Le spiagge, l’archeologia, la ricchezza maya,
questi elementi potrebbero combinarsi per formare un
destino che tutto il mondo potrebbe invidiarci”.
D’accordo anche Acevedo: “Le potenzialità della cultura
maya sono molte. Quando si pensa a loro si pensa alle
rovine. Invece è una comunità ancora molto viva che
conserva in modo intatto i propri riti e le proprie
tradizioni”.
Si calcola che fino ad oggi solo il 2,5 % di tutta l’offerta
turistica dello Stato sia diretta al turismo rurale, una
percentuale irrisoria destinata ad impennarsi nei prossimi
anni. Intanto cinque università spagnole hanno già fatto
sapere di essere pronte ad intraprendere progetti di
questo tipo per i quali potrebbero anche ricevere i
finanziamenti delle Nazioni Unite. L’Onu infatti si è
sempre mostrata molto sensibile a programmi che danno
impulso a forme di turismo sostenibile.


Nelle foto, comunità artigiane in un villaggio
Maya vicino a Tulum.
Lo stato di Quintana Roo promuove itinerari per conoscere tradizioni e cultura delle comunità Maya. Così gli abitanti locali insegnano i propri valori ai visitatori del mondo urbanizzato
Messico, sulle tracce dell’etnoturismo
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