© 2010 Il Sole d'Italia S.A. de C.V. , società editrice costituita in Messico con sede a Playa del Carmen.
Haiti/ Il ricordo. Adalberto Cortesi ha vissuto per cinque anni
nell’isola caraibica, quando regnava il tiranno «Papa Doc».

Quel mal d’Africa che dura tutta la vita

di Adalberto Cortesi

Ho vissuto ad Haiti durante 5 anni, dal 1958 al 1963, come Rappresentante della Banca
Mondiale e responsabile della Missione Tecnica di Techint, per la ristrutturazione della
(inesistente) rete stradale dell’epoca. Ancora oggi, dopo mezzo secolo, nei confronti di Haiti
soffro di quello che - comunemente - in italiano viene chiamato il mal d’Africa.

Sì, perché Haiti, con la sua gente, la sua lingua, la sua musica ed i suoi colori, con la sua
incredibile atmosfera, ti si infila sotto la pelle e non ti lascia più. Oggi, davanti a questa immane
tragedia che ha colpito la mia Haiti, stento a trovare le parole per parlarne e riviverla, nella
memoria di allora.

Impossibile riassumere in questa sede la complessa storia di questo popolo e di quello che
sarebbe diventato, il 1 gennaio 1804, il secondo Paese indipendente del Continente
Americano. Eppure, qualche concetto bisogna esprimerlo; altrimenti, quel mal d’Africa di cui
sopra, perde-rebbe senso e valore.

Cristoforo Colombo ci approdò nel 1492 con le sue tre caravelle, una della quali affondò sui
banchi corallini. Fu poi base dei bucanieri e dei filibustieri, nella famigerata isoletta della
Tortuga. Nel 1697, la parte occidentale dell’isola Hispañola (l’attuale Repubblica di Haiti)
venne ceduta dalla Spagna alla Francia. A metà del XVIII secolo, in questa parte dell’isola
vivevano, lavoravano e soffrivano circa 300.000 schiavi; posseduti da circa 12.000 uomini
liberi, bianchi.

Tra il 1793 ed il 1802, Toussaint Louverture capeggió la
rivoluzione haitiana, contro gli europei; nel 1803 Jean Jaques
Dessalines sconfisse definitivamente le truppe francesi
dichiarando l’indipendenza e autoproclamandosi imperatore.
Da allora, per decenni o meglio per due secoli, il Paese è
stato bistrattato e certamente mal governato, in tutti i sensi.
Quando io ci arrivai, François Duvalier «Papa Doc»
(foto a destra)  era presidente da un anno; governava con
un pugno di ferro, sostenuto dai tontons- macoutes e dai fondi
di un Occidente che - tanto per cambiare - non capiva e forse
non voleva capire.

La storia di questa mia Haiti è troppo recente, tant’è vero che
sono io a scrivere queste poche righe; debbo dunque fare
molta attenzione a non tradire l’etica alla quale mi sento vincolato, sia professionalmente che
umanamente. Ma alcune esperienze sono mie e solo mie; mi considero quindi autorizzato a
parlarne, perché fanno parte del mio bagaglio personale, di vita vissuta.

Mi resi conto, nel giro di pochi mesi, che i fondi messi a disposizione dalla IBRD andavano
quasi tutti a mal fine. Proposi ed ottenni che si cambiasse sistema; e fui in buona parte
corresponsabile di un marchingegno che cambiò totalmente le regole del gioco. E’ vero: strade
ne vennero costruite poche; ma il popolo, quello bistrattato e vilipeso, ricevette viveri,
medicinali e assistenza, di prima mano.

Papa Doc François Duvalier,  autoproclamatosi Presidente a vita,  di estrazione era medico,
laureato alla Sorbonne; ma il suo ascendente sul popolo derivava da ben altro; la verità è che,
non solo dietro le quinte, egli era il più competente e potente hunga del locale woodu.  Per
tenergli testa, capii che dovevo non solo parlare creolo, ma anche saper interpretare questo
incredibile rituale, che sul popolo aveva un enorme ascendente. Mi ci avvicinai dunque, con
rispetto, per combattere ad armi più o meno pari. Sopravvissi dunque, fino al 1963; ed ebbi
partita vinta, perché i fondi vennero erogati, ma a modo mio, non suo.

Dalla gente haitiana, alla quale nessuno ha mai regalato una canna da pesca e men che
meno ha insegnato a pescare, ho sempre ricevuto amicizia, riconoscenza, rispetto ed affetto;
posso dire che durante cinque anni mi hanno considerato uno di loro, malgrado che quello dal
colore anomalo fossi proprio io!

Davanti a questo mio popolo haitiano, davanti ai miei vecchi amici che non rispondono ai miei
appelli, oggi mi alzo in piedi, in riverente e commosso silenzio.
Da Il Sole d'Italia, febbraio  2010
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