© 2010 Il Sole d'Italia S.A. de C.V. , società editrice costituita in Messico con sede a Playa del Carmen.
Editoriale.

Haiti, perché ne parliamo anche noi

di Vito Taormina

Non volevo occuparmi del terremoto ad Haiti
su
Il Sole d’Italia. I media di tutto il mondo
hanno coperto il fatto sotto ogni sfaccettatura:
i morti, i feriti, i bambini, i sopravvissuti, la crisi
sanitaria, la carenza di viveri, i saccheggi e poi
ancora i morti, i vivi, i feriti... Riflettevo: cosa
posso aggiungere di nuovo su un mensile
italiano in Messico? E poi: perché riversare
ancora parole, parole e parole su questa
immane tragedia umana? Sulla base di questi
ragionamenti avevo deciso di lasciare stare
l’argomento. «Scelta editoriale», mi dicevo.
Sentivo però di mentire a me stesso.

Poi, quasi in chiusura di edizione, in redazione
è giunta una email, con articolo allegato. Era
di Adalberto Cortesi, «industriale italiano,
ecologo ed etologo dilettante» come lui si
definisce nella rubrica
Spigolature (vedi pag. 12). Il titolo della email era: «Ho vissuto ad Haiti
durante cinque anni». Nel testo di accompagnamento c’era scritto: «Questa non è una
spigolatura. Sono parole e pensieri che vengono da un cuore gonfio di dolore, da lacrime a
stento represse. Fatene quello che considerate più consono, in un momento come questo».

Dopo avere letto il suo racconto, pensai che la cosa più consona da fare era di pubblicarlo.
Leggetelo, nella pagina accanto. E’ un pezzo di vita vissuta. Un pezzo di storia. Che magari
potrà aiutare il lettore a comprendere un Paese tanto disperato, umano, affascinante,
complesso. Ma sempre dimenticato: tranne quando la disgrazia fa notizia.

Ringrazio quindi per il contributo Adalberto Cortesi, «Nani» per gli amici: molto più di un
industriale, di un ecologo o di un etologo dilettante. Ma purtroppo il limite delle parole, anche
delle più sofisticate, è di ridurre tutto, anche le persone più importanti, appunto... a parole.

Parole. Su Haiti, in passato, ne ho profuse anch’io. Nel febbraio 2004, fui inviato dal
settimanale
Panorama a Port-au-Prince per raccontare un momento storico particolare per il
bistrattato paese caraibico. In quei giorni, infatti, il presidente-dittatore Jean-Bertrand Aristide
era in fuga: e così, mentre l’«Armata cannibale» conquistava le città del nord, nella capitale le
squadracce del dittatore reprimivano con violenza estrema il dissenso. Insomma, mi inviarono
in mezzo al caos. Ma quei giorni furono per me una profonda esperienza umana, oltreché una
delle mie avventure professionali più ricche. Chi volesse approfondire la realtà di Haiti, può
leggere quel reportage sul sito di
Panorama (http://archivio.panorama.
it/home/articolo/idA020001023138).

Quando la situazione si stabilizzò, Haiti fu abbandonata dai riflettori dei media  (come al solito)
e tornò a vivere, in silenzio e umiltà, la sua atavica sofferenza quotidiana. Qualche dato, che
ripesco dal mio reportage: circa il 70 per cento della popolazione è disoccupato e il 13 per
cento dei bambini non raggiunge i 5 anni d’età, un abitante su 16 ha l’aids e l’aspettativa di
vita è di 51,6 anni, se non si viene uccisi prima.

Scrivevo: «A Port-au-Prince si possono visitare ospedali dove nel reparto maternità, sotto i
ventilatori, i neonati sono stesi per terra coperti da un telo che dovrebbe essere un lenzuolo,
dato che spesso non ci sono materassi per tutti. Qui chi ha bisogno di cure resta per terra a
morire perché questo è l’ospedale dei poveri e quindi è privo di tutto: mancano garze e cerotti,
non ci sono aghi né siringhe. Chi può pagare va altrove».

Oltre alle condizioni sanitarie disumane, soprattutto dei bambini, mi colpì la questione degli
aiuti umanitari. Vedevo navi ancorate a Port-au-Prince con tonnellate di cibi e medicine: tutti
generi di primissima necessità che però non venivano distribuiti alla popolazione. Cercai di
capire, ma c’era poco da capire: era solo un grande business gestito da gerarchi locali che si
erano arricchiti con gli aiuti provenienti  dai governi occidentali. Oggi mi sembra che stia
accadendo lo stesso. Perché nonostante la buona volontà delle organizzazioni internazionali,
ad Haiti è impossibile fare pervenire aiuti alla popolazione in maniera capillare.

E’ anche un problema di infrastrutture. Ricordo un funzionario dell’Onu spiegarmelo con una
metafora. Diceva: «Se oggi, come d’incanto, con un colpo di bacchetta magica, scomparissero
tutti i problemi di Haiti, ci vorrebbero trent’anni per costruire fogne, strade adeguate, ponti e
tutto il resto».

Oggi, con il terremoto, il mondo riscopre la realtà surreale di Haiti. Noi occidentali ci
lamentiamo se un giorno piove o se l’altro c’è il sole. Ad Haiti la popolazione, di solito, sorride
sempre: non importa il bollettino meteorologico. Sorrisi indimenticabili. Per questo, oltre alla
testimonianza di Adalberto Cortesi, ho deciso di pubblicare
il racconto di Roberto Stephenson,
fotografo italiano che vive e lavora nell’isola da tanti anni. Tre racconti (incluso questo) per
avvicinarsi a un Paese, a un popolo, che fra qualche settimana, con ogni probabilità, tornerà
ad essere abbandonato a se stesso.
Da Il Sole d'Italia, febbraio  2010
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