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| Editoriale. Haiti, perché ne parliamo anche noi di Vito Taormina Non volevo occuparmi del terremoto ad Haiti su Il Sole d’Italia. I media di tutto il mondo hanno coperto il fatto sotto ogni sfaccettatura: i morti, i feriti, i bambini, i sopravvissuti, la crisi sanitaria, la carenza di viveri, i saccheggi e poi ancora i morti, i vivi, i feriti... Riflettevo: cosa posso aggiungere di nuovo su un mensile italiano in Messico? E poi: perché riversare ancora parole, parole e parole su questa immane tragedia umana? Sulla base di questi ragionamenti avevo deciso di lasciare stare l’argomento. «Scelta editoriale», mi dicevo. Sentivo però di mentire a me stesso. Poi, quasi in chiusura di edizione, in redazione è giunta una email, con articolo allegato. Era di Adalberto Cortesi, «industriale italiano, ecologo ed etologo dilettante» come lui si definisce nella rubrica Spigolature (vedi pag. 12). Il titolo della email era: «Ho vissuto ad Haiti durante cinque anni». Nel testo di accompagnamento c’era scritto: «Questa non è una spigolatura. Sono parole e pensieri che vengono da un cuore gonfio di dolore, da lacrime a stento represse. Fatene quello che considerate più consono, in un momento come questo». Dopo avere letto il suo racconto, pensai che la cosa più consona da fare era di pubblicarlo. Leggetelo, nella pagina accanto. E’ un pezzo di vita vissuta. Un pezzo di storia. Che magari potrà aiutare il lettore a comprendere un Paese tanto disperato, umano, affascinante, complesso. Ma sempre dimenticato: tranne quando la disgrazia fa notizia. Ringrazio quindi per il contributo Adalberto Cortesi, «Nani» per gli amici: molto più di un industriale, di un ecologo o di un etologo dilettante. Ma purtroppo il limite delle parole, anche delle più sofisticate, è di ridurre tutto, anche le persone più importanti, appunto... a parole. Parole. Su Haiti, in passato, ne ho profuse anch’io. Nel febbraio 2004, fui inviato dal settimanale Panorama a Port-au-Prince per raccontare un momento storico particolare per il bistrattato paese caraibico. In quei giorni, infatti, il presidente-dittatore Jean-Bertrand Aristide era in fuga: e così, mentre l’«Armata cannibale» conquistava le città del nord, nella capitale le squadracce del dittatore reprimivano con violenza estrema il dissenso. Insomma, mi inviarono in mezzo al caos. Ma quei giorni furono per me una profonda esperienza umana, oltreché una delle mie avventure professionali più ricche. Chi volesse approfondire la realtà di Haiti, può leggere quel reportage sul sito di Panorama (http://archivio.panorama. it/home/articolo/idA020001023138). Quando la situazione si stabilizzò, Haiti fu abbandonata dai riflettori dei media (come al solito) e tornò a vivere, in silenzio e umiltà, la sua atavica sofferenza quotidiana. Qualche dato, che ripesco dal mio reportage: circa il 70 per cento della popolazione è disoccupato e il 13 per cento dei bambini non raggiunge i 5 anni d’età, un abitante su 16 ha l’aids e l’aspettativa di vita è di 51,6 anni, se non si viene uccisi prima. Scrivevo: «A Port-au-Prince si possono visitare ospedali dove nel reparto maternità, sotto i ventilatori, i neonati sono stesi per terra coperti da un telo che dovrebbe essere un lenzuolo, dato che spesso non ci sono materassi per tutti. Qui chi ha bisogno di cure resta per terra a morire perché questo è l’ospedale dei poveri e quindi è privo di tutto: mancano garze e cerotti, non ci sono aghi né siringhe. Chi può pagare va altrove». Oltre alle condizioni sanitarie disumane, soprattutto dei bambini, mi colpì la questione degli aiuti umanitari. Vedevo navi ancorate a Port-au-Prince con tonnellate di cibi e medicine: tutti generi di primissima necessità che però non venivano distribuiti alla popolazione. Cercai di capire, ma c’era poco da capire: era solo un grande business gestito da gerarchi locali che si erano arricchiti con gli aiuti provenienti dai governi occidentali. Oggi mi sembra che stia accadendo lo stesso. Perché nonostante la buona volontà delle organizzazioni internazionali, ad Haiti è impossibile fare pervenire aiuti alla popolazione in maniera capillare. E’ anche un problema di infrastrutture. Ricordo un funzionario dell’Onu spiegarmelo con una metafora. Diceva: «Se oggi, come d’incanto, con un colpo di bacchetta magica, scomparissero tutti i problemi di Haiti, ci vorrebbero trent’anni per costruire fogne, strade adeguate, ponti e tutto il resto». Oggi, con il terremoto, il mondo riscopre la realtà surreale di Haiti. Noi occidentali ci lamentiamo se un giorno piove o se l’altro c’è il sole. Ad Haiti la popolazione, di solito, sorride sempre: non importa il bollettino meteorologico. Sorrisi indimenticabili. Per questo, oltre alla testimonianza di Adalberto Cortesi, ho deciso di pubblicare il racconto di Roberto Stephenson, fotografo italiano che vive e lavora nell’isola da tanti anni. Tre racconti (incluso questo) per avvicinarsi a un Paese, a un popolo, che fra qualche settimana, con ogni probabilità, tornerà ad essere abbandonato a se stesso. |
| Da Il Sole d'Italia, febbraio 2010 |
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