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Lingue.

«Itagnolo», la soluzione
alla Babele italo-spagnola

È docente di Semiotica e Lingua italiana all’università di Genova. Roberto Pellerey è uno che
di lingue, scritte e parlate, se ne intende. Proprietà di linguaggio, condita da una apprezzabile
affabilità, il professor Pellerey era già passato a Playa del Carmen, lo scorso 21 marzo, per
tenere un seminario dal titolo «Dopo Babele. Italiano, spagnolo o itagnolo?! L’intreccio delle
lingue nella vita quotidiana». Contattato da
Il Sole d’Italia, l’esimio professore svela alcune
curiosità relative agli idiomi e alle loro mescolanze.
«Innanzitutto, l’uso di una lingua soddisfa la necessità di comunicare e capirsi» spiega Roberto
Pellerey, che continua: «Da qui, inevitabili, le mescolanze tra differenti idiomi». E’ il caso del
cosiddetto “itagnolo”, una miscela tra italiano e spagnolo che caratterizza le comunità italiane
nei paesi iberoamericani.
«La mescolanza tra lingue è definita da processi ben precisi e ricorrenti» prosegue il docente,
che spiega: «Ad esempio, è noto che una parola presa da un’altra lingua, viene assimilata nel
proprio dizionario nell’arco di una sola generazione». Un processo questo che ha creato, e tutt’
ora crea, alcuni problemi.
«Già dal ‘600, la mescolanza di lingue veniva percepita come un vero e proprio danno»
racconta Roberto Pellerey, che prosegue: «Oggi, i pareri sono contrastanti. Da un lato ci sono
gli ortodossi, puristi della lingua, e dall’altro quelli invece aperti alle “contaminazioni”.
Personalmente non vedo nella mescolanza un pericolo. Da linguista infatti, posso dire che un
idioma è costituito dalla grammatica e dalla sintassi e non certo dalla parola, che può cambiare
negli anni».
Ma qual è la differenza tra lingua e dialetto? «Nessuna», dichiara il professor Pellerey «sono
solo etichette. Entrambe godono della stessa dignità e hanno in comune lo stesso scopo:
comunicare». E allora viene da pensare che forse è inutile conservare lingue antiche che non
adempiono più alla funzionalità comunicativa. «Come linguista» spiega Pellerey «il mio
desiderio è che sopravvivano il maggior numero di idiomi. Certo, se ci si ostina a mantenere
viva una lingua, si corre il rischio di “monumentalizzarla”. E’ un processo legato più all’orgoglio
culturale che non alla funzionalità comunicativa».
Ed ecco alcune “chicche” linguistiche del professor Pellerey: «Non tutti sanno che le parole
italiane che iniziano in “al”, come ad esempio “algebra”, sono di origine araba, mentre le
parole che terminano in “ità”, come “mentalità” o “fraternità”, sono di origine francese». Nella
gara invece, per assegnare il trofeo di lingua più diffusa al mondo, è importante definire i metri
di giudizio. «La lingua parlata nel maggior numero di nazioni è lo spagnolo. Però la lingua
parlata dal maggior numero di persone è il cinese» dichiara Roberto Pellerey. Che aggiunge:
«Anche l’italiano, seppur parlato in solo due nazioni al mondo, Italia e Svizzera, è decisamente
tra le lingue più diffuse per numero di comunità che vivono all’estero». Ed ancora: «La lingua
che tutti sentono di dover conoscere è l’inglese». Infine, la diplomazia: «La Cee, per doveri
diplomatici e non certo per praticità, ha dichiarato come lingue ufficiali della comunità ben 16
idiomi» conclude il linguista.
Da Il Sole d'Italia, agosto  2009
Il piacere del vero
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entre 10 y 15
Playa del Carmen
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