Da Il Sole d'Italia numero 58   1 - 15 febbraio 2008
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Opinione.

Italia e «Italietta», le due facce di una stessa medaglia

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

di Goffredo Palmerini *

Bisognerebbe stare nei panni dei nostri connazionali all’estero per capire quanta rabbia e
delusione hanno provocato le vicende italiane degli ultimi giorni. E soprattutto quanta
mortificazione per l’immagine del nostro Paese, degradata agli occhi della comunità internazionale
molto più impietosa di certe sbrigative pratiche assolutorie di casa nostra. L’altra Italia, quella che
vive nei cinque continenti, si è invece conquistata stima e rispettabilità in virtù di testimonianze di
vita, di lavoro e di impegno civile esemplari. Dunque avverte con amarezza e sconcerto la
vanificazione dei propri sacrifici. Superano il tempo d’un secolo gli sforzi duri e spesso dolorosi dei
nostri emigrati per risolvere i bisogni del proprio destino personale, ma anche per affrancare l’
Italia da un giudizio all’estero a volte trito ed ingiusto. Quante umiliazioni e quali sofferenze morali i
nostri connazionali hanno dovuto subire prima d’avere tempo e possibilità di far conoscere di che
pasta fossero fatti, di quale orgoglio nazionale e di quale talento essi fossero dotati.

C’era sempre una parte d’opinione pubblica, nei Paesi d’emigrazione, che continuava a giudicare
«Italietta» il nostro Paese, stentando ad assegnare all’Italia il ruolo politico ed economico che
pure le competeva per i grandi passi avanti fatti nel secondo dopoguerra, fino a diventare la
sesta nazione industriale del mondo. Ebbene, se certi pregiudizi all’estero man mano cadevano,
gran parte del merito lo si doveva non solo alle crescita della nostra economia, ai risultati nei
settori in cui l’Italia è all’avanguardia, alle altre valenze del Paese, quanto proprio alle positive
testimonianze civili e sociali che i nostri emigrati hanno impartito all’estero, dimostrando con l’
ingegno, la capacità d’iniziativa, il rigore e la serietà dei comportamenti, contro ogni pregiudizio, l’
esistenza d’una Italia davvero diversa. Un’Italia che attraverso i suoi figli all’estero, in sistemi di
grande competizione, è riuscita quindi a progredire, a guadagnarsi il rispetto ed a primeggiare,
specie nei Paesi più avanzati. Essendo, gli Italiani, più seri affidabili e rigorosi dovunque all’estero,
in primis in quei Paesi evoluti che vantavano democrazie più antiche e solide della nostra,
riuscendo ad illustrare in quelle società l’indole italiana e contribuendo così a cambiare in meglio il
concetto e l’immagine dell’Italia. Questa premessa ora non sembri fuori misura.

Piuttosto la si compari con l’immagine deprimente che alcuni recenti fatti in Italia hanno
determinato sull’opinione pubblica mondiale, di cui parla la stampa internazionale, fino a riattizzare
quegli antichi pregiudizi che sembravano in buona parte risolti. A cominciare dal disastro dei rifiuti
in Campania, dove la capacità di governo d’un Paese moderno e civile ha invece mostrato il
peggio dell’insipienza, del degrado e dell’inadeguatezza del suo sistema politico ed amministrativo.

In che modo spiegare a chi all’estero fa domande come di fronte a tale scempio, dovuto a
problemi lasciati trascinare per anni, nessuno oggi paghi il conto. Insomma in Campania, come
pure altrove, non esiste un’etica delle responsabilità. Nella circostanza, meno male che il Governo
s’è mosso con determinazione, con misure eccezionali rispetto all’emergenza. Ma il danno d’
immagine era ormai devastante.

E che dire del comportamento del Presidente della Regione Sicilia. Appena incassata una
condanna a cinque anni di reclusione per reati gravi, specie per un rappresentante d’una
istituzione, con interdizione perpetua dai pubblici uffici, è apparso quasi soddisfatto perché
assolto dal capo d’imputazione di favoreggiamento alla mafia.

Come potrà districarsi l’italiano in Australia, in Canada o in Germania e così via, con le domande
pertinenti per «capire» l’Italia che in quei Paesi gli verranno rivolte? Stendiamo un velo di pietà
sulla vicenda che ha indotto il Papa alla rinuncia ad intervenire all’Università La Sapienza di
Roma, per le proteste d’uno sparuto gruppo di docenti e studenti.Figurarsi poi il caso d’un
ministro della Giustizia che, pur dimettendosi a seguito d’indagini e misure giudiziarie riguardanti
familiari e sodali di partito, in Parlamento si lancia in un’invettiva contro il sistema giudiziario -
beninteso quello di cui egli fino a quel momento detiene la responsabilità – a suo giudizio reo di
perseguitare con le Procure, per fini men che oggettivi, politici di rango e l’intera classe dirigente
del suo partito in Campania. Non gli balena neanche per un momento, pur nella comprensibile
amarezza, che il suo dovere di uomo di governo e Guardasigilli gli imponga il rispetto e la tutela
dell’autonomia della Magistratura, anche di fronte ad errori, reali o presunti, che solo il
procedimento sarà in grado di chiarire e risolvere, in istruttoria e con ben tre gradi di giudizio. E d’
altronde, quanti danni alla credibilità dell’ordinamento avevano inferto negli anni scorsi le
dichiarazioni contro la Magistratura d’un Presidente del Consiglio che in ogni modo, persino con
leggi ad personam, cercava di risolvere le sue vicende giudiziarie. Sembra d’assistere ad un
impazzimento del sistema. Ancor più con l’uscita dalla maggioranza del partito del già ministro
della Giustizia il quale, sulle sue gravi ed inopportune dichiarazioni in Parlamento, pretendeva
solidarietà e consenso totale dagli alleati.

Con l’uscita dalla maggioranza l’Udeur ha aperto una crisi in un momento molto delicato per il
Paese, quando riforme e scelte sociali importanti erano sul tappeto ed un risanamento economico
davvero significativo era in atto, cui l’Europa guardava con interesse.
Ora incombe il rischio di elezioni anticipate, con tutte le conseguenze del caso. Così ciascuno
deve assumere pubblicamente le sue responsabilità. Viene da riflettere che dovrà pur concludersi
la convulsa transizione della nostra democrazia. Ma occorre una responsabilità, un senso delle
istituzioni ed un sistema di regole condivise che solo un miracolo, nell’attuale congiuntura, sarà in
grado d’assicurare. Perché da anni la politica italiana è nana, manca di grande respiro, e dove c’
è la tendenza, data l’estrema frantumazione del quadro politico, a pensare più all’interesse della
propria parte che al bene comune, con le dovute eccezioni e distinzioni che ciascuno è in grado di
fare. Dove ognuno si sente statista - con quale abissale diversità rispetto ai padri della
Repubblica -con una visione che bada al presente e poco al futuro, spesso distante dai cittadini e
lontana dal senso comune. Sarà dunque capace l’Italia e la sua classe politica di cambiare
radicalmente, d’essere all’altezza dei suoi compiti? Passa da queste parti la credibilità delle
Istituzioni, la maturità della nostra democrazia e l’affidabilità del suo funzionamento.

Al popolo italiano spettano grandi responsabilità, specie nella selezione della classe dirigente, se
una buona legge elettorale glielo consentirà. Contro ogni evidenza, bisogna essere fiduciosi che
finalmente il nostro sistema democratico ed istituzionale sarà capace di correggersi. E tuttavia
farebbe bene la classe politica italiana a tener conto di ciò che pensa anche l’altra Italia, i nostri
connazionali all’estero. Troverebbe molti spunti per emendarsi.

* Componente del Consiglio Regionale Abruzzesi nel Mondo.
Email: gopalmer@hotmail.com
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